Chirurgia robotica per il cancro della prostata

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Chirurgia robotica per il cancro della prostata

Il Giornale della Previdenza dei Medici e degli Odontoiatri
Anno XVI – n° 3-2011
www.enpam.it
Pag. 19-20


Chirurgia robotica
per il cancro della prostata

di Paola Stefanucci

Il dr. Gianluca D’Elia, dopo aver lavorato per otto anni presso la Clinica Urologica dell’Università di Mainz in Germania ed essere stato primario urologo dell’IRCCS di Ancona, è attualmente Direttore dell’Unità Operativa di Urologia Il dell’Ospedale San Giovanni di Roma. Principale settore della sua attività è l’urologia oncologica. In particolare, è specializzato nella chirurgia mini- invasiva endoscopica, laparoscopica e robotica dei tumori del rene, della vescica e della prostata. E coordinatore regionale per il Lazio della Società Italiana di Urologia (SIU) ed è Direttore Scientifico della Fondazione per la Ricerca in Urologia (www.friu.it). Già Docente di Urologia delle Università di Mainz e di Heidelberg in Germania, è attualmente Tutor di Chirurgia Robotica Urologica a livello nazionale.


L’approccio terapeutico alle patologie dell’apparato uropoietico negli ultimi dieci anni è completamente cambiato: la chirurgia robotica è ormai entrata di fatto nella pratica clinica ordinaria. Qual è la differenza con la chirurgia tradizionale?

La chirurgia robotica è meno traumatica e più precisa rispetto alla chirurgia tradizionale. Evita le grandi incisioni in quanto fa uso di sottili strumenti chirurgici che vengono inseriti all’interno dell’addome attraverso piccoli fori. Gli strumenti operatori sono sostenuti dalle braccia di un robot che li rende molto più stabili e precisi. Il robot, ovviamente, non ha autonomia decisionale o di movimenti: non può sostituire il chirurgo, ma può esaltarne l’abilità manuale e perfezionarne i movimenti. Il chirurgo, seduto ad una consolle, manovra gli strumenti guardando in un visore tridimensionale ad alta definizione. Tra chirurgo e paziente è interposto il robot che traduce i movimenti della mano umana inviati dalle manopole della consolle chirurgica. Gli strumenti chirurgici robotici non fanno altro che riprodurre fedelmente i movimenti del polso, della mano e delle dita del chirurgo.

Ma quali sono i vantaggi operativi?

Innanzitutto, la visione delle strutture anatomiche, che, oltre ad essere ingrandita, è ad alta definizione e tridimensionale: un chirurgo che vede meglio, opera meglio. Il chirurgo è letteralmente immerso nei campo operatorio. E come quando andiamo al cinema e indossiamo gli occhiali tridimensionali per vedere un film in 3-D: abbiamo la sensazione di essere personalmente all’interno della scena del film. I movimenti delle mani del chirurgo, seduto alla consolle, sono tradotti in modo fluido, “senza scatti”, in movimenti analoghi dagli strumenti chirurgici, sostenuti dalle braccia del robot. Infatti, il terminale di controllo del robot ha il compito di filtrare i movimenti delle mani eliminandone il tremore naturale, che anche i chirurghi più efficienti hanno. Inoltre, grazie a particolari articolazioni meccaniche, i gradi di movimento della parte terminale di questi strumenti robotici sono superiori a quelli della mano umana o dei classici strumenti laparoscopici. Questo permette manovre più delicate, più accurate e meno traumatiche.

La chirurgia robotica viene applicata, con successo, nella terapia del cancro della prostata (ma non solo). I pazienti affetti da tale malattia possono ritenersi liberi dalla minaccia (temutissima) dell’impotenza e dell’incontinenza urinaria?

L’intervento di prostatectomia radicale richiede livelli di precisione chirurgica elevatissimi, sia di demolizione che di ricostruzione, in un campo operatorio ristretto e di difficile accesso. Nell’intervento robotico, l’articolazione e i gradi di libertà nei movimenti degli strumenti rendono la procedura più sicura. Da quando è in uso il robot Da Vinci, all’ospedale San Giovanni di Roma, abbiamo riscontrato notevoli vantaggi rispetto all’intervento “a cielo aperto” o a quello eseguito in laparoscopia “convenzionale”: ad esempio, la degenza post-operatoria media è di soli due giorni e le perdite ematiche sono trascurabili, al contrario dell’approccio tradizionale ove possono essere sostanziose. Ciò è dovuto all’estrema precisione della dissezione chirurgica e, di conseguenza, al minor traumatismo sui tessuti. In casi selezionati, quando le condizioni anatomiche e l’estensione del tumore lo permettono, si può tentare di risparmiare i cosiddetti nervi erigenti. Con l’avvento della laparoscopia ed, oggi, della robotica, le tecniche chirurgiche di risparmio dei nervi hanno ricevuto nuovo impulso e sono state modificate in maniera tale da dare più garanzie per salvaguardare la funzione sessuale. Dopo l’intervento di prostatectomia radicale è quasi inevitabile soffrire d’incontinenza per alcune settimane. Dopo l’intervento effettuato con l’assistenza del robot, tutte le maggiori casistiche internazionali riportano però un significativo miglioramento nella velocità con cui si riacquista il controllo della continenza urinaria.

Esistono controindicazioni?

• Con l’esperienza ormai acquisita, non esistono controindicazioni specifiche all’esecuzione per via robotica della prostatectomia radicale.

E facile prevedere, a questo punto, un sempre maggior impiego del robot in sala operatoria…

Attualmente negli Stati Uniti più del 90% degli interventi di prostatectomia radicale sono eseguiti con la tecnica robotica. La robotica è diventata lo standard per la terapia chirurgica di questo tipo di tumore, anche perché la tecnologia è in continuo progresso: nell’ultima generazione del robot Da Vinci, quello in funzione nell’Ospedale San Giovanni, il chirurgo dispone di un braccio supplementare, che gli consente di avere, soprattutto nelle procedure più complesse, addirittura due mani destre oppure due mani sinistre. Eppure è sempre la bravura del chirurgo a fare la differenza, non la tecnologia che si usa. Se un chirurgo non ha l’abilità manuale per utilizzare il robot, non sarà certo il robot a renderlo più capace.

Quanti interventi di prostatectomia ha eseguito finora con il suo (valido) aiuto Da Vinci?

Ad oggi, sono oltre 140 i pazienti che ho sottoposto a prostatectomia robotica. Ma il robot Da Vinci trova spazio anche per altre patologie, come le neoplasie vescicali infiltranti, i tumori renali da enucleare conservando il rene e le stenosi del giunto pielo-ureterale. Considerando le prostatectomie e le cistectomie radicali, le nefrectomie parziali e le pieloplastiche, sono oltre 200 gli interventi eseguiti in robotica presso la struttura urologica che dirigo all’Ospedale San Giovanni di Roma.

Sapendo che i mezzi terapeutici di cui dispone sono potenzialmente risolutivi di una patologia, ritenuta imbarazzante, è cambiato l’atteggiamento psicologico dei degenti?

Sempre più spesso i pazienti giungono da noi tramite un semplice passaparola di altri pazienti già sottoposti a chirurgia robotica ed estremamente soddisfatti del risultato ottenuto, non solo sul piano oncologico ma anche su quello della qualità di vita. E, molto di più di quanto possa fare anche il medico più bravo, i pazienti già operati con successo rassicurano e riducono le ansie ed i timori dei loro conoscenti o amici o parenti che dovranno essere sottoposti a chirurgia robotica.

Insomma, sulla superiorità della chirurgica robotica lei non nutre alcun dubbio.

Appartengo alla generazione di urologi che ha avuto la possibilità di cimentarsi con tutte le tecniche di prostatectomia radicale, da quella tradizionale “a cielo aperto”, a quella laparoscopica, sino alla robotica. Questa esperienza mi permette di affermare, che, nelle mie mani, la prostatectomia radicale robotica è superiore.