Pancreas, dall’inoperabilità alle cellule staminali

Pancreas, dall’inoperabilità alle cellule staminali

Il Giornale della Previdenza dei Medici e degli Odontoiatri
Anno XVI – n° 3-2011
Pag. 12-13
www.enpam.it


L’INTERVISTA
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Piero Chirletti, dal 2001 è Professore Ordinario di Chirurgia Generale nella “Sapienza” Università
di Roma, direttore della UOC di Chirurgia Generale N nel Policlinco Umberto I di Roma.
Dall’anno accademico 2002-03 è direttore della Scuola di Specializzazione in Chirurgia Generale (indirizzo in Chirurgia d’Urgenza). Autore di oltre 200 lavori scientifici editi su riviste italiane ed internazionali (Totale Impact Factor 110.66) e di sette libri su argomenti di Chirurgia generale e d’urgenza. Ha eseguito dal 1974 ad oggi oltre 9000 interventi chirurgici
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Pancreas, dall’inoperabilità
alle cellule staminali

di Carlo Ciocci



- Chirurgia del tumore del pancreas: a che punto siamo?

Gli enormi passi avanti fatti dalla chirurgia rispetto al passato sono sotto gli occhi di tutti. Negli ultimi dieci anni le tecniche sono decisamente migliorate così come lo sono state anche le procedure assistenziali e la diagnostica e tutto ciò ha fatto si che molti tumori del pancreas, che spesso venivano ritenuti non operabili, hanno cominciato ad essere affrontati con decisi miglioramenti nel risultato a distanza. E’ noto a tutti che l’adenocarcinoma pancreatico è un tumore che non è in forte ascesa rispetto al passato, ma è certamente in incremento e questo si verifica per diversi fattori tra i quali quello alimentare e quello farmacologico. E’ anche vero che a fronte di questo modesto aumento, non ha purtroppo fatto seguito un rapido incremento delle possibilità di diagnosticare precocemente tale tumore e questa peculiarità rimane ancora oggi la problematica più complessa da affrontare. Basti ricordare che circa la metà dei pazienti che giungono alla nostra osservazione, si presentano purtroppo come tumori avanzati. E’ facile comprendere come nella chirurgia del pancreas, già di per sé complessa, trovarsi ad affrontare tumori in stato avanzato significa avere spesso risultati non sempre favorevoli.

- La chirurgia come unico rimedio?

La chirurgia, in questo campo, ha avuto e continua ad avere un ruolo principe. Si può senz’altro affermare che non esiste nessuna terapia, al di fuori della chirurgia, che possa fornire risultati di miglioramento. Quindi la chirurgia trova uno spazio ben preciso nella cura di questa neoplasia che purtroppo, già al momento della diagnosi, può prospettare una prognosi abbastanza infausta.

- Le nuove tecniche operatorie danno risultati migliori?

Le tecniche operatorie sono cambiate rispetto al passato: si consideri che fino a dieci-quindici anni fa, la chirurgia del pancreas veniva eseguita in pochissimi Centri dove i Chirurghi, malgrado si selezionassero in questa specialità, avevano risultati drammatici in termini di mortalità operatoria: oltre il 10/25 percento dei casi. Oggi, nei Centri di riferimento la mortalità operatoria è compresa tra lo zero ed il 2 percento rispetto al passato e quando dico “rispetto al passato” intendo solo dieci- quindici anni or sono. Tale miglioramento è dovuto fondamentalmente a tre elementi: il progressivo aumento del numero dei pazienti osservati e trattati fa acquisire al chirurgo una maggiore capacità tecnica soprattutto nella possibilità di risoluzione di eventuali complicanze intraoperatorie e quindi una riduzione della mortalità. Nel corso di interventi complessi, quali la Duodenopancreatectomia, può capitare un’evenienza che mette a dura prova le capacità di chi opera: qui si inserisce l’esperienza maturata. La capacità del chirurgo, da sola però, non è sufficiente: il secondo elemento si riferisce alla qualità ed all’ampia esperienza di tutta l’equipe chirurgica che partecipa all’intervento che contribuisce a ridurre l’incidenza delle complicanze gravi e quindi della mortalità. Faccio un esempio: una delle complicanze più gravi nel corso dell’intervento è rappresentata dalla emorragia da lacerazione del confluente mesenterico-portale. Ebbene, una équipe affiatata è in grado di correggere e dominare questa complicanza con successo. Terzo elemento è la capacità di seguire adeguatamente questi pazienti nel post-operatorio. Come è noto, la complicanza più frequente, dopo un intervento di Duodenopancreatectomia è rappresentata dalla comparsa di una fistola pancreatica che, in media, si verifica nel 5-15 percento dei casi; ebbene nel caso di un reparto che funzioni adeguatamente, perché ben formato a questo tipo di chirurgia, il problema può essere quasi sempre risolto con successo e con totale guarigione del paziente.

- Perché un chirurgo generale finisce per occuparsi di pancreas?

Al chirurgo piacciono le sfide, ha sempre voglia di misurarsi con operazioni sempre più complesse con l’unico obiettivo di preservare la salute del paziente. Personalmente provengo dalla scuola del professor Pietro Valdoni e sono stato allievo del professor Vincenzo Stipa con il quale mi appassionai a questa branca della medicina; sono stato anche all’estero dove ho potuto approfondire la tecniche chirurgiche fino a quando, parlo di circa dieci anni fa, con il professor Stipa abbiamo messo a punto una tecnica di ricostruzione dopo interventi di Duodenopancreatectomia. In quegli anni partecipavo alla stesura di un libro sulla chirurgia delle vie biliari del pancreas ed approfondendo l’argomento trovai descritta la tecnica di un chirurgo tedesco di Francoforte che utilizzava due anse intestinali piuttosto che una per la ricostruzione dopo Duodenopancreatectomia. La cosa era innovativa e decidemmo anche noi di adottare tale tecnica delle doppie anse, però invertendo l’ordine con cui lo faceva questo chirurgo che si chiamava Klempa. Mettevamo la prima ansa digiunale che residuava dopo la resezione, sullo stomaco e non sul pancreas, come faceva lui. Fatto questo pubblicammo la nostra nuova tecnica e dal ‘96 ad oggi abbiamo sempre seguito tale metodica: personalmente ho trattato oltre cento casi di tumore della testa del pancreas tutti così ricostruiti.

- Quale rapporto riuscite ad instaurare con i vostri pazienti?

I pazienti affetti da tumore del pancreas si rendono conto di avere una malattia grave, nella maggior parte dei casi infatti sono ben informati: d’altra parte va tenuto presente che il paziente arriva in genere dal chirurgo dopo una serie dì traversie che hanno messo ben a fuoco il problema. Data questa premessa posso dire che il paziente ed i suoi familiari confidano totalmente nel chirurgo perché intravedono nella sua opera la soluzione al principale problema della loro vita, proseguire il corso dell’esistenza. E’ bene immaginare che si tratti per noi di una responsabilità enorme.

- Tutto questo come impatta sul medico?

Personalmente ho nella mente i visi di tutte le persone che si sono rivolte a me, in particolare dei pazienti più giovani. Non ci si abitua a tutto, non possiamo essere così cinici, ma a noi che affrontiamo tali gravi problematiche basta un successo, uno solo, per avere nuova linfa per affrontare i nuovi e gravi casi.

- Veniamo infine alla ricerca.

Recentemente, sempre nell’ambito del tumore del pancreas, abbiamo preparato un progetto di ricerca che intende studiare il ruolo delle cellule staminali in questa forma di tumore.
Alle cellule staminali si fa ricorso per definire non solamente la storia e la capacità biologica dei tumori di essere aggressivi, ma anche per trovare una possibilità terapeutica.
Ci auguriamo che il ministero della Università e della Ricerca scientifica finanzi il progetto anche perché vi parteciperanno colleghi della “Sapienza” e dell’Istituto Superiore di Sanità che, in questo campo, rappresentano i vertici mondiali della ricerca.

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