“Un test del sangue e scopriremo il primo segnale del tumore”

La Stampa – Tuttoscienze V

Mercoledì, 24 aprile 2013

“Un test del sangue e scopriremo il primo segnale del tumore”

Oltre il Dna, l’ultima frontiera della genetica è l’analisi del micro-Rna

FRANCESCO RIGATELLI

A 25 anni, dopo gli studi a Roma, è volato a Philadelphia, negli Usa. Carlo Croce, milanese di nascita, è ora direttore dell’Istituto di Genetica dell’Ohio ed è nel gotha della ricerca. La sua specializzazione è la ricerca di bersagli sensibili ai farmaci tra le molecole del cancro e ha acquisito fama mondiale per gli studi sulla leucemia linfoide cronica.

Se è diventato un simbolo dei «cervelli in fuga», è anche responsabile della ricerca di «Nerviano medical sciencies», la più grande azienda italiana per l’ideazione e lo sviluppo dei farmaci nel settore oncologico. Oggi i suoi studi d’avanguardia si concentrano sull’Rna, piccole molecole fondamentali per capire tutti i segreti del funzionamento del Dna.

 

Professore, cominciamo dall’inizio: in quanto genetista del cancro, può spiegare come si evolve la conoscenza delle alterazioni cellulari che porta alla malattia?

«Negli ultimi 30 anni si è capita la base molecolare del cancro. Di conseguenza la logica di trattamento è cambiata, perché, invece di usare farmaci che aggrediscono tutte le cellule proliferanti, adesso si possono colpire solo quelle tumorali che hanno caratteristiche geneticamente specifiche».

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Vaccino, speranza contro il tumore al pancreas

LA STAMPA Lunedì 4 febbraio 2013 pag. 22

Vaccino, speranza contro il tumore al pancreas

“Si blocca la crescita di questo tipo di cancro”     Test in laboratorio con una proteina

 

11 mila pazienti

Ogni anno nel nostro Paese si ammalano di tumore al pancreas 11 mila persone: nell’80 per cento dei casi la diagnosi viene fatta quando la malattia è conclamata

30% sopravvivenza

Il nuovo vaccino messo a punto dal Cerms a Torino promette di allungare di almeno il 30 per cento la sopravvivenza e soprattutto la qualità di vita di un malato

La malattia

Il cancro del pancreas è considerato un vero e proprio big-killer nei Paesi industrializzati: è infatti la quarta causa di morte per tumore nel mondo occidentale. Un cancro relativamente raro che colpisce il 5 per cento della popolazione, ma mortale. Poiché non dà sintomi precoci, nel 75-80 per cento dei casi quando la diagnosi viene fatta la neoplasia è in una fase talmente avanzata che non è più operabile. I fattori di rischio, come in molte altre forme tumorali, sono legati allo stile di vita. Chi è affetto da pancreatite cronica o ha una familiarità è maggiormente a rischio.

Il precedente

La nascita del primo vaccino contro il tumore del pancreas di deve a un’altra scoperta fatta tre anni fa sempre dall’équipe del professor Novelli, in collaborazione con i ricercatori del Sant’Elena di Roma, con l’Università di Verona, con l’Unità di Proteomica del San Raffaele di Milano e con i laboratori del Virginia Mason Hospital. Si dimostrò (con pubblicazione sul «Journal of proteome research») che la presenza di un determinato anticorpo nel sangue era segnale certo dell’esistenza del tumore. Lo studio coinvolse 250 pazienti. Quell’anticorpo è la reazione alla presenza della proteina aggressiva alfa-enolasi.

il caso

MARCO ACCOSSATO

TORINO

 

Quattro anni di studi ininterrotti nei laboratori di immunologia dei tumori della Città della Salute di Torino hanno permesso ai ricercatori del Centro di medicina sperimentale (Cerms) di sviluppare il primo vaccino in grado di bloccare la crescita del tumore del pancreas, prolungando di almeno il 30 per cento sopravvivenza e qualità di vita dei malati. La scoperta - pubblicata sulla rivista medica internazionale «Gastroenterology» - offre ai medici una nuova arma basata sulla vaccinazione a Dna. «Un risultato sorprendente - dichiarano gli stessi ricercatori, guidati dal professor Francesco Novelli e dalla dottoressa Paola Cappello -: al momento non esiste alcun trattamento sia radio sia chemioterapico in grado di portare anche solo un piccolo ma significativo aumento della sopravvivenza nei pazienti con carcinoma del pancreas».

Neoplasia tra le più aggressive fra tutti i tumori solidi, il cancro del pancreas colpisce ogni anno 11mila persone in Italia. La sopravvivenza a cinque anni di distanza dalla scoperta della malattia non supera il 5 per cento dei casi, anche perché nell’80 per cento dei pazienti la diagnosi viene fatta quando le metastasi sono già in circolo.

La difesa individuata dai ricercatori del Cerms nei laboratori delle Molinette è una proteina, l’alfa-enolasi, enzima del metabolismo presente sulla membrana delle cellule che nel nostro organismo svolge diverse funzioni. Fra queste anche quella (negativa) di favorire in certe situazioni la crescita del carcinoma pancreatico: «Contrastare questo sviluppo era l’unica arma oggi a disposizione per rallentare la crescita del cancro - osserva Novelli -: il problema è che il nostro sistema immunitario non si accorge della presenza dell’enzima da contrastare finché questo non raggiunge determinati livelli di concentrazione».

La sfida dei ricercatori torinesi è stata quella di renderlo visibile alle difese del corpo, per creare anticorpi-spia in grado di svelare addirittura la presenza precoce del cancro, e scatenare una risposta immunitaria che attivi un esercito di linfociti (i linfociti T) capaci di infilarsi nel tessuto tumorale, riconoscere e aggredire il cancro e attivare un’azione contraria al progredire della malattia.

Il vaccino è un’iniezione intramuscolo. Lo studio sui topi ha permesso di verificare che l’azione contro la proteina alfa-enolasi che fa crescere il tumore è efficace anche se somministrata quando la malattia è conclamata, «il che dà una speranza non solo per una protezione preventiva nei soggetti con una predisposizione familiare, ma anche nei pazienti resistenti alla chemio o alla radioterapia».

L’idea di utilizzare l’alfa-enolasi per scatenare una risposta immunitaria contro il tumore è nata da precedenti studi compiuti negli stessi laboratori del professor Novelli. Scoprire quanto dei risultati ottenuti sui topi genetica- mente modificati sarà trasferibile all’uomo è compito di un nuovo protocollo di ricerca. Tuttavia - sottolinea fin d’ora il professor Novelli - «il modello pre-clinico utilizzato nello studio ripercorre fedelmente la trasformazione genetica e funzionale del tumore del pancreas dell’uomo, e ciò significa che anche nei pazienti il vaccino dovrebbe dare i medesimi risultati ottenuti in laboratorio».

“Ecco i soldati anti-tumore”

La Stampa Mercoledì 11 luglio 2012 Tutto Scienze IV-V


“Ecco i soldati anti-tumore”

Si comincia a decifrare il dialogo tra sistema immunitario e cellule malate
Alberto Mantovani Oncologo Ruolo: È professore di Patologia Generale alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano e Direttore Scientifico dell’Istituto Clinico Humanitas di Milano

MARCO PIVATO

Alberto Mantovani è oncologo, prorettore alla Ricerca e docente di Patologia generale alla facoltà di Medicina e Chirurgia all’Università di Milano, nonché direttore scientifico dell’Istituto clinico Humanitas. E lo scienziato che le analisi bibliometriche indicano come l’italiano più produttivo e citato nella letteratura scientifica mondiale. In cima alla classifica dei «Top italian scientists», ha collezionato 40 mila citazioni, solo negli ultimi 10 anni, pubblicando sulle riviste a maggiore «impact factor», l’indice che ne stabilisce qualità e affidabilità, calcolato in base alla frequenza media con cui gli articoli vengono ripresi da altre riviste. Ha rinunciato alla libera professione per dedicare la vita al laboratorio e qui ha rivelato il fondamentale ruolo del sistema immunitario nel cancro.

- Professore,  com’è nata la passione per gli studi che sta conducendo?

«Da neolaureato ebbi la fortuna di frequentare l’Istituto Mario Negri, ambiente eccezionalmente stimolante per un giovane. Feci esperienza anche a Londra, al Chester Beatty Research Institute, e negli Usa, al National Institutes of Health. Ma fu in Inghilterra che mi affacciai in un laboratorio che si occupava dei meccanismi primitivi dell’immunità. Eravamo in pochi, perché, allora, nessuno ipotizzava che i macrofagi, i “soldati” della prima linea nella barriera immunitaria, sostenessero i processi infiammatori cronici in numerose malattie, tra cui i tumori. Eravamo un piccolo gruppo, ma che credeva nell’ importanza di questa linea di ricerca, e questo mi ha subito coinvolto».

- Di cosa si occupa oggi?

«La relazione tra sistema immunitario e tumori è stata e continua ad essere il filo conduttore della mia vita scientifica e oggi, dopo 40 anni, assieme ai miei colleghi, crediamo di avere aperto nuove opportunità alla ricerca, ossia la possibilità di intervenire quando le nostre difese iniziano a comportarsi in modo anomalo».

- In che modo il sistema immunitario diventa nocivo?

«I macrofagi, una volta penetrati nei tumori, si comportano come “poliziotti corrotti”. Sostengono la progressione della malattia, rilasciando mediatori dell’infiammazione, come le citochine, causando ulteriore instabilità genetica, favorendo la metastatizzazione e aiutando la formazione di nuovi vasi sanguigni, che alimentano il tumore».

- Che risultati ha ottenuto contro questi meccanismi?

«Grazie anche al sostegno dell’Airc stiamo imparando il complesso linguaggio con cui dialogano cellule tumorali e cellule del sistema immunitario. Saremo sempre più in grado di insegnare al macrofago come contrastare il cancro, a opporsi, dunque, alla trasformazione da dottor Jekyll in Hyde».

- Quali saranno dunque i prossimi passi?

«Passare dalla teoria alla pratica. Poiché conosciamo il ruolo subdolo che può assumere il sistema immunitario nel cancro, la clinica implementerà le strategie con nuovi approcci. È necessario sviluppare nuovi metodi che sappiano non solo aggredire la malattia, ma anche impedire l’azione dei fattori ambientali che permettono al tumore di crescere. Un pò come togliere l’acqua intorno al pesce».

- Quali ritiene siano i migliori poli dell’oncologia in Italia e all’estero?

«L’Italia è tra i Paesi con le strutture e i medici più all’avanguardia. Vanno quindi evitati certi “viaggi della speranza” verso mete che non hanno nulla da offrire in più rispetto a quanto è disponibile da noi. I nostri ricercatori sono tra i più preparati al mondo nei settori dell’oncologia e dell’immunologia. All’estero ci sono ovviamente istituzioni di eccellenza come, negli Usa, il National Cancer Institute, a Bethesda, e il Memorial Sloan Kettering Cancer Center, a New York, o in Europa, per esempio in Francia, Villejuif e Curie».

- Molti pazienti consultano Internet, ma quali siti sono affidabili?

«Uno strumento di comunicazione scientifica facilmente accessibile è www.scienzainrete.it . E uno spazio che segue con particolare attenzione la politica della ricerca del nostro Paese e un luogo di confronto fra opinioni, anche divergenti, ma sempre basate e suffragate da solidi dati. Più focalizzato sull’immunologia è il sito della Società italiana di immunologia, immunologia clinica e allergologia, (www.siicait), capace di divulgare le conoscenze relative al proprio campo di studio».

- Quali cambiamenti si aspetta dalla ricerca nell’immediato e quali le prospettive più probabili per il domani?

«I cittadini hanno bisogno di sviluppare una coscienza maggiore nei confronti della prevenzione. E sullo studio e sull’affermazione di questo concetto che puntano i ricercatori. E’ un impegno della medicina, ma anche un aspetto in cui dovrà spendersi la comunicazione e il suo ruolo sarà fondamentale per creare una nuova cultura della salute. Credo vi siano basi solide per affermare le tappe di un cammino virtuoso, che debba partire da una rivoluzione degli stili di vita. Troppi giovani, maschi e femmine, fumano. Di loro, uno su quattro avrà conseguenze a livello cardiovascolare e un aumentato rischio di sviluppare tumori. Altri fattori di rischio sono obesità e sovrappeso, non solo per il cancro, ma anche le per le malattie cardiovascolari e autoimmuni, come il diabete. Il domani dipende dal nostro comportamento e gli stili di vita si possono cambiare».

- Da dove cominciare?

«Da una semplice regola, continuamente predicata, poco seguita ma indispensabile. E’ la regola 0-5-30: zero sigarette, cinque porzioni di frutta e verdura fresca al giorno e 30 minuti di esercizio. Ogni giorno».


Consulenza di Rbs (Ricerca biomedica e salute)  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

“Più vaccini contro l’Hpv”

TuttoScienze
La Stampa, mercoledì, 18 luglio 2012-08-11
“Più vaccini contro l’Hpv”
La battaglia per battere il tumore al collo dell’utero, dall’Italia ai Paesi poveri
DI GIANNA MILANO
La mia passione per una medicina calata nella società nacque negli anni dell’università a Milano: all’istituto di biometria c’erano pionieri dell’epidemiologia, quali Giulio Maccacaro, Giuseppe Gallus, e Cesare Cislaghi. Erano gli Anni 70 e l’epidemiologia si proponeva come la scienza che, attraverso l’osservazione delle malattie, voleva prevenirle». A raccontare è Silvia Franceschi, che ha pubblicato 1170 articoli sulle riviste a maggior «impact factor», indice che ne stabilisce qualità e affidabilità, calcolato in base alla frequenza m’dia con cui gli articoli sono ripresi da altre riviste.
Dal 2000 si occupa allo Iarc di Lione (lInternational agency for research on cancer) del legame tra infezioni (virus e batteri) e tumori. Prima aveva diretto il Centro di epidemiologia di Aviano e prima ancora - dopo varie esperienze, da Harvard a Oxford, con un guru della ricerca, Richard Doll - aveva studiato biometria all’Istituto Mario Negri di Milano. «Ho sempre creduto nella statistica e ho capito che l’epidemiologia era un vero mestiere».

Convegno Organizzato dallo IOM - Teatro Accademico del Bibiena 11 Maggio 2012

"Da sempre l’uomo è riuscito a parlare della morte tramite l’arte e cosi la morte è diventata uno dei temi centrali, se non il tema per eccellenza, dell’arte stessa. Acquisire la capacità di leggere l’evoluzione del pensiero artistico sulla morte è uno dei modi più efficaci per prendere un nuovo contatto con essa, superando la rimozione che la sociètà ha creato attorno al morire facendolo diventare un tabù. Il percorso di esplorazione della pittura e della musica può aiutare cittadini e operatori sanitari a superare questo tabù imparando a "vedere e parlare” di ciò che sembra impronunciabile."


Giuseppe De Martini Palliativista

 


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